lunedì 28 febbraio 2011

L'attacco alla scuola pubblica. Berlusconi spara il primo colpo, il Giornale si accoda.

La scuola pubblica non se l'è mai passata molto bene. Ma l'attacco al quale è sottoposta dalla destra al governo è probabilmente senza precedenti. Non contenti dei sostanziosi tagli finanziari e della ingente quantità di denaro girato alle scuole private (che in Italia sono quasi ed esclusivamente cattoliche), i popolani della libertà cercando di infliggere il colpo finale, accusando gli insegnanti statali delle peggiori nefandezze. 
Per farsi perdonare le orge con Lele Mora e Emilio Fede, sabato il Caimano si è presentato al congresso di una delle tante sedicenti formazioni politiche italiane, i cristiano-riformisti, come strenuo difensore dei valori cattolici, e ha picchiato il randello sulla testa dei docenti pubblici, che "inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie". Che detta così è una frase un po' inquietante, nel senso che non esclude l'ipotesi che l'insegnante che ha in classe il figlio di una coppia di razzisti sia costretto a orientarsi in quel senso. Ma si sa, il premier è un buontempone e infatti poche ore dopo ha detto le solite paroline magiche: "Sono stato travisato".
Il problema è che gli operatori dell'informazione da lui profumatamente stipendiati hanno udito lo squillo di tromba e si sono lanciati all'attacco nel tentativo di non fare prigionieri. Oggi sul Giornale, Mario Giordano si lancia in una serie di illazioni ridicole, prima ancora che vergognose, e in un articolo intitolato "Se la scuola pubblica è il paradiso dell'ideologia", imbraccia il mitra e spara: "Che cosa sono i gulag? Un errore di valutazione. E le foibe? Mai esistite. Chi era Lenin? Un sincero democrati­co. Le Br? Fascisti inconsapevoli. E comunque bisogna capirli: volevano la giustizia sociale. Mica come Berlusco­ni che è un delinquente che porta l’Italia nel caos. Einau­di e De Gasperi? Due tradito­ri della Repubblica. Le forze della sinistra? La sola garanzia del rispetto della Costituzione. E Stalin appariva rassicurante nella sua immensa autorità, un’autorità dura ma giusta". 
Secondo l'ex direttore di Studio Aperto e dello stesso quotidiano per cui ora fa l'editorialista, queste assurdità sarebbero scritte sui "manuali su cui studiano abitualmente i no­stri ragazzi". Un'enormità del genere, tirata lì, senza uno straccio di documentazione, come se fosse una cosa assodata, di dominio pubblico, un dogma reso tale dall'imprinting del suo duce. Il delirio si fa poi veramente psichedelico quando il nostro dichiara che la "scuola privata non esiste. La scuola, in effetti, è sempre un servizio pubblico, chiunque sia ad amministrar­la, Stato o ente privato. Qual è il punto, dunque? Semplice: ga­rantire a tutti la libertà di sce­gliere". 
Scaricando sulle spalle dei contribuenti che scelgono la scuola pubblica i costi, abnormi, di quella cattolica, è chiaro.

Berlusconi senza telefonino. Chi chiameranno le papi-girls?

''Silvio Berlusconi non ha più un telefonino, non perché non possa averlo ma perché è sottoposto a qualunque tipo di intercettazioni''. Fra le tante balle sparate stamattina dal nostro anziano presidente del Consiglio, che non ha trovato di meglio che recarsi alla presentazione di una nuova mirabolante iniziativa del suo partito personale pur di evitare di farsi vedere in aula all'udienza davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano che riguarda il processo sui fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset, questa del telefonino mi è sembrata la più degna di nota.
Come è noto, il "caro leader" non è stato mai intercettato da nessuno. Il problema è che Silvio Berlusconi non ha degli amici, ha dei vizi. E così, molto spesso, gli capita di parlare al telefono con corrotti e corruttori, prostitute e sfruttatori, fidanzate di spacciatori e amici dei mafiosi, i quali, a loro volta parlano di lui fra di loro. E le ragazze di via dell'Olgettina, che avevano tutte il suo numero personale, non sono neanche le peggiori.
Difficile capire se la sua sia più presunzione o scarsa intelligenza, ma sia come sia, non è colpa dei magistrati se in decine di indagini su un ventaglio di reati, che copre metà del nostro codice penale, a un certo punto salta fuori lui. Ma una balla, se ripetuta centinaia di volte in totale assenza di contraddittorio e a reti unificate, finisce con il trasformarsi in verità. E quella di assimilare i metodi di indagine di polizia e giudici a quelli della Germania Est dei tempi del comunismo è una capriola fantastica che serve solamente a giustificare un provvedimento, quallo sì antidemocratico, come il disegno di legge che vorrebbe limitare le intercettazioni telefoniche, uno strumento di indagine che non ha messo nei guai solo Berlusconi, ma centinaia di assassini e delinquenti di vario genere, che altrimenti sarebbero ancora impuniti.

venerdì 25 febbraio 2011

Nessuna speranza di liberarsi di Silvio, con una simile opposizione da barzelletta. Vendola trascinato nel fango del malaffare, mentre il Pd registra una marea di assenze in aula e fa passare ancora una volta la fiducia.

No, non c'è alcuna possibilità di liberarsi del re del bunga-bunga. Non basteranno mille manifestazioni come quella delle donne (riuscita proprio perché non organizzata dai partiti) se l'opposizione a Berlusconi continuerà a essere rappresentata da questi squallidi personaggi. Anche oggi il Pd si è preso la sua bella palata di fango in faccia, visto che la Procura di Bari ha firmato la richiesta d’arresto per il senatore Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità della Regione Puglia, accusato di pilotare le nomine nelle Asl e dei direttori amministrativi e sanitari in modo da dirottare le gare di appalto e le forniture verso imprenditori amici. Già sotto indagine da due anni, Tedesco non è ancora in carcere (e figuriamoci se la Giunta parlamentare autorizzerà mai l'arresto) solo perchè il Pd lo ha salvato facendolo entrare al Senato. Non solo, anche se la sua posizione è stata archiviata dal gip, dalla storia non ne esce bene neanche Nichi Vendola, il governatore poeta nel quale molti simpatizzanti della sinistra ripongono grandi speranze, che nelle intercettazioni si mostra così ansioso di mettere le mani sui posti che contano al punto da chiedere che si cambino le leggi che gli impediscono una nomina gradita. 
Una meraviglia. 
Ma mai come l'ultimo colpo dei nostri "perdenti" di mestiere. Oggi alla Camera si votava la fiducia per il decreto Milleproproghe, la solita porcata della maggioranza, che praticamente ha messo in piedi una nuova legge Finanziaria facendo finta di niente. Il capolavoro legislativo è stato votato con 309 voti a favore e 287 contro. Lo scorso 14 dicembre la fiducia a Berlusconi fu votata con 314 voti a favore e 311 contro, il che significa che se oggi i finti oppositori del caudillo fossero stati tutti al loro maledetto posto lo avrebbero fatto cadere.
Complimenti a tutti. 

Giuliano Ferrara "ricompensato" col posto di Enzo Biagi in Rai. Silvio continua a scaricare sulla collettività il costo dei suoi sodali.

Per diventare miliardari bisogna avere anche una certa attitudine alla taccagneria. Ce lo ricorda tutti giorni il nostro "caro leader", che copre di regali la sua corte di famigli, ma lo fa sempre con accortezza (collanine e gioielli comprati in serie e macchine "chilometro zero" per le papi-girls) oppure decide di scaricare il problema sulla collettività. A parte le fanciulle piazzate alla Camera e nei consigli regionali e comunali, Silvio Berlusconi, che pure è proprietario di tre reti televisive, si fa aiutare dalla Rai, la vacca sacra munta nel corso dei decenni da una lunga serie di politicanti di ogni segno. A parte le nomine e le consulenze gradite e pagate un occhio della testa, fra direttori di testata, di rete e dirigenti aziendali, che però non sono servite a molto perché poi alla fine il pubblico a casa non è del tutto cerebroleso e cambia canale, privilegiando (guarda un po') proprio le trasmissioni che non piacciono al premier, ultimamente c'è stato il caso di Luca Barbareschi, che per il suo addio a Gianfranco Fini è stato ricompensato con la trasmissione in prima serata di un suo film (che ha stablito un record, l'audience più bassa mai registrata su Raitre) e l'acquisto di un pacchetto di fiction prodotte dalla sua società. 
E oggi è la volta di Giuliano Ferrara, che già dal mese prossimo tornerà in Rai con una tramissione che andrà in onda dopo il Tg1 delle 20, dal lunedì al venerdì, ovvero lo spazio che prima del celebre editto bulgaro era occupato da Enzo Biagi. E pensare che solo due mesi fa, intervistato dal Giornale, che invece di fargli domande lo sollecitava a scendere in campo a difesa della maggioranza, aveva risposto: "Non ho voglia di tornate in tv, mi piace vivere. Può darsi che la voglia mi torni, ma è e sarà un fatto privato". Poi però si era lasciato andare alla lacrimuccia: "E' il mio terzo Natale senza tv". Roba da favole di Andersen
Qualcuno, dalle parti di Arcore, deve aver ben pensato di porre fine a questa tragica assenza, ma, ovviamente, il poderoso giornalista non se lo è accollato Mediaset, ma viale Mazzini, e con un colpo di fantasia senza precedenti si è deciso che la trasmissione si chiamerà Radio Londra, lo stesso titolo usato da Ferrara ai tempi di Canale 5 e Italia 1, prima della discesa in campo del Cavaliere. 
Ferrara è una tipica maschera della commedia all'italiana. Comunista fino agli anni ottanta, socialista fino alla caduta dell'impero craxiano, berlusconiano fin dagli inizi di Forza Italia (era il suo datore di lavoro) e poi addirittura teocon, lui che aveva fatto il sessantotto e che insieme alla moglie aveva cercato di fare una trasmissione sul sesso, censurata dopo un intervento della Dc proprio su Berlusconi. I suoi detrattori ricordano i fallimenti a catena, dalla disgraziata parentesi come direttore di Panorama, al ruolo avuto nel primo governo del Cavaliere, caduto dopo soli sette mesi, passando per i suoi tentivi elettorali (nel 1997 si presenta per un seggio vacante in Toscana, al Mugello, contro Antonio Di Pietro e prende una batosta mai vista, e nel 2008 si presenta con la lista "Aborto? No Grazie" alle politiche, ottenendo la vertiginosa cifra dello 0,3% dei voti).
Anche fra i suoi più acerrimi nemici c'è chi però non può fare a meno di citare la sua grande intelligenza, che probabilmente avrà modo di mostrare nel privato, visto che le sue ultime apparizioni pubbliche sono sempre state all'insegna dell'insulto gratuito e della tattica dell'alzare la voce per coprire gli interlocutori (e con quel popò di cassa toracica che si ritrova, ha anche gioco facile). Fatto sta, che in un momento di grave difficoltà per il suo mentore, ha deciso di lasciare quel ruolo tranquillo di direttore del Foglio per tornare nell'agone e difendere, a colpi di mutanda, l'onorabilità del padrone contro i "moralisti".
Un uomo a tutto tondo, pronto per nuove battaglie. Naturalmente paga Pantalone.

giovedì 24 febbraio 2011

Polizia italiana: si mantiene il posto ad assassini e picchiatori e viene radiato chi critica Berlusconi.

I "tutori dell'ordine" in Italia possono spaccare la testa e torturare dei giovani inermi rinchiusi senza alcun motivo dentro una caserma di Genova o per le strade di Napoli, possono sparare come cow-boy impazziti lungo un'autostrada e uccidere a caso, possono ammazzare come un cane un ragazzo solo perché "dava in escandescenze", possono scendere a patti con i trafficanti di droga per fare carriera e per questi motivi essere condannati in diversi gradi di giudizio. Nessuno, che sia al potere il centrodestra o il centrosinistra non fa alcuna differenza, chiede mai che vengano allontanati dai corpi di appartenenza. Ma se uno di loro osa esprimere delle critiche nei confronti di Silvio Berlusconi, allora viene radiato.
E' l'incredibile caso di Gioacchino Genchi, poliziotto esperto di analisi sui tabulati telefonici, ex consulente di Falcone e uomo chiave di decine di inchieste sulla criminalità organizzata, che grazie alle sue indagini ha incastrato centinaia di mafiosi, assassini, narcotrafficanti e "colletti bianchi" (come Cuffaro e Dell'Utri). 
Ovviamente qualcuno doveva fargliela pagare. 
E così l'ineffabile capo della polizia, Antonio Manganelli (nomen omen), lo aveva sospeso una prima volta per aver risposto su Facebook a un giornalista che lo aveva definito un bugiardo e una seconda volta per aver rilasciato un'intervista sul suo lavoro di consulente, peraltro svolto mentre era in aspettativa dalla Polizia di Stato. La terza fatale sospensione è arrivata perché Genchi ha osato criticare Berlusconi durante una manifestazione dell'Italia dei Valori e a un convegno del movimento di Beppe Grillo, al quale un medico compiacente aveva sottoscritto una prognosi di 90 giorni solo per il dente rotto dal modellino del Duomo di Milano tiratogli in faccia da Tartaglia
Ieri, il "primo manganello" ha firmato la sua destituzione per comportamento "lesivo del prestigio di organi e istituzioni dello Stato" al quale "è stata data ampia diffusione sui mass media a livello nazionale".
Continuano a vestire la divisa, invece, i macellai messicani del G8 di Genova, gli assassini di Federico Aldrovandi, l'agente "Clint Eastwood" Spaccarotella (l'assassino di Gabriele Sandri), l'ex capo della polizia Antonio De Gennaro (condannato in appello per aver indotto il Questore di Genova a commettere falsa testimonianza ai tempi del G8 e ora tranquillamente a capo dei servizi segreti) e, tanto per completare l'opera citando la parrocchia di fronte, il generale dei carabinieri Ganzer, condannato per traffico di droga.
"Ah Sudamerica/ i ballerini aspettano su una gamba/l'ultima carità di un'altra rumba".

Come ti incastro il negro famoso: il giamaicano Buju Banton condannato per droga In Florida. Rischia 15 anni.

E' finita male, come spesso accade agli eroi di quell'isola bellissima e tormentata, la parabola di Buju Banton, probabilmente il cantante reggae più famoso e apprezzato dopo Bob Marley, condannato in Florida per una vicenda di droga. Una storia emblematica di come il sistema giudiziario americano ancora si muova in perfetta sintonia schiavista, quando si tratta di mettere con le spalle al muro una qualsivoglia minoranza etnica.  
Mark Myrie, questo il nome del musicista, è stato completamente incastrato da un informatore della polizia, un prezzolato ex trafficante di droga, stipendiato dalla Dea in base al numero degli spacciatori che riesce a far arrestare. Il tizio, Alexander Johnson, ha conosciuto Buju su un volo da Madrid a Miami e gli ha proposto l'acquisto di un'ingente quantità di cocaina (cinque chili) a scopo di spaccio. Una volta in Florida, è riuscito a filmare il giamaicano mentre assaggia la droga e discute dell'affare. Poi però la cocaina viene comprata da altre due persone e quando scatta la trappola il cantante non c'è. Lo arrestano a casa sua, dove non trovano nulla, nel dicembre del 2009 e lo tengono in cella fino a settembre, negandogli a più riprese la libertà su cauzione. 
Durante il primo processo, l'agente della Dea che ha seguito le indagini, Daniel McCaffrey, ammette di non avere prove della colpevolezza del cantante, malgrado quasi un anno di indagini, e che l'azione legale nei suoi confronti è avvenuta solo in base alla testimonianza dell'informatore, il quale avrebbe ricevuto dal governo americano almeno 50 mila dollari per aver "incastrato" un nome importante. La giuria non riesce a raggiungere un verdetto unanime e il processo va rifatto da capo.
Nel frattempo, Banton esce dal carcere su cauzione (250 mila dollari, più l'obbligo di restare a casa e indossare il braccialetto elettronico) e il mese scorso i giudici gli consentono anche di fare un concerto, a Miami, al quale partecipano decina di migliaia di persone. 
Ieri, una giuria del tribunale di Tampa lo ha riconosciuto colpevole di traffico di droga e perfino di possesso illegale di armi, nonostante non gli sia stata sequestrata neanche una fionda. Ora rischia fino a 15 anni di carcere, dove è già stato nuovamente rinchiuso, mentre gli avvocati stanno tentando un difficile ricorso in appello. La sua unica speranza di evitare la galera è una possibile "deportazione" in Giamaica. Non potrà mai più mettere piede negli Usa, ma siccome gode di una notevole fama anche in Europa, sarebbe in grado di continuare la sua carriera di artista internazionale.
Vincitore di diversi Grammy Award, da anni è finito nel mirino delle associazioni che difendono i diritti dei gay (assai potenti negli Stati Uniti) per una canzone risalente al 1988, quando Mark Myrie aveva solo 15 anni, intitolata "Boom bye bye", omofobica al punto di predicare il tiro al bersaglio contro i "batty bwoys". Quando nel 1995 convertitosi al rastafarianesimo diede alle stampe "Til Shiloh" (probabilmente il suo disco più bello), quella canzone sembrava non ricordarsela nessuno, neanche in Giamaica dove la gente preferiva cantare in coro la sua "Untold Stories", un brano di forte denuncia sociale.
Poi improvvisamente qualcuno ha ritirato fuori quel brano e ci ha montato sopra un caso mediatico un po' insulso, traducendo alla lettera quelle che erano solo spacconate tipiche dei giamaicani. La loro antipatia verso l'omosessualità è (purtroppo) ben nota. Lo stesso Marley, icona del fricchettonismo più spinto, la considerava immorale. Si potrebbe stare delle ore a parlare del problema, ma è riduttivo cercare sempre di interpretare tutto secondo i propri metri di giudizio. Qualcuno dovrebbe capire che è stupido farsi crescere i dreadlocks, inneggiare a Rastafari, e poi stupirsi perché una filosofia religiosa, come tutte le altre, esprime concetti irritanti per le minoranze. 
Oggi il Jamaica Observer traccia un paragone fra Buju Banton e uno degli eroi nazionali della Giamaica, Sir William Alexander Bustamante, fondatore del primo sindacato, attivista per i diritti dei lavoratori e infine a capo del governo nei primi anni dell'indipendenza dalla Gran Bretagna. Un uomo estremamente popolare fra i suoi connazionali, ma per gli stessi motivi guardato con diffidenza dagli americani, sempre ansiosi di tenere bene ancorati i loro artigli sul vicinato. La popolarità, scrive un editorialista del giornale, "non conta nulla se gli americani pensano anche solo lontanamente che sei colpevole di un crimine o decidono di vendicarsi per l'affronto fatto nei confronti delle potenti associazioni dei gay. Credo che Bob Marley e Peter Tosh avessero imparato la lezione, perché non hanno mai cantato quel genere di canzoni". 
Una bravata da cazzoni, quella commessa dal cantante, ma pagata cara per il colore della sua pelle, per una vecchia canzone e per l'antipatia che soprattutto i cittadini bianchi della Florida hanno nei confronti dei giamaicani, quei negri chiassosi, volgari e drogati.


mercoledì 23 febbraio 2011

Valerio Verbano, Fausto e Iaio, i segreti degli anni settanta non finiscono mai. Avremo un giorno un ministro degli Interni disposto ad aprire gli archivi?

Come se fossero una telenovela senza fine, i segreti degli anni di piombo tornano sulle pagine dei giornali ciclicamente, senza che al Viminale ci sia mai qualcuno, a prescindere dall'orientamento politico, che sia disposto ad aprire quei maledetti archivi. Stavolta tocca a due casi quasi contemporaneamente, quello di Valerio Verbano, militante romano della sinistra extraparlamentare ucciso dentro casa sua il 22 febbraio del 1980 e quello di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci due diciottenni che frequentavano il Centro Sociale Leoncavallo, uccisi a Milano il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro
I colpevoli non furono mai trovati e nei confronti delle vittime si scatenò anche una campagna diffamatoria (nel primo caso ci fu chi disse che Verbano fu colpito dai suoi stessi compagni perché era una spia, mentre per Fausto e Iaio si parlò di un regolamento di conti fra spacciatori di droga). A oltre trent'anni dai due episodi, le vicende si arricchiscono di nuovi particolari.
Per l'omicidio del giovane romano, trucidato dentro casa da tre persone che lo aspettarono al varco dopo aver legato e imbavagliato i gentiori, la Procura sta indagando su due presunti appartenenti ai Nar, organizzazione terroristica di estrema destra spesso collegata ai servizi segreti italiani e americani e perfino alla Banda della Magliana. Uno di loro è da tempo fuggito all'estero, mentre l'altro si è rifatto una vita in Italia ed è un insospettabile professionista. 
L'ombra dei servizi deviati si allunga anche sul caso dei due ragazzi milanesi. La madre di Fausto, Danila Angeli, in un'intervista a Radio 24, ha rilanciato le accuse. "Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell'ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all'appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana", ha raccontato la donna, fornendo indicazioni ben precise
Eppure la verità è sicuramente scritta da qualche parte, in quegli archivi coperti da un assurdo segreto di Stato e custoditi nelle mefitiche stanze del Viminale. Dopo la fine della prima Repubblica sulla poltrona di ministro dell'Interno si sono avvicendati politici di segno politico opposto, da Nicola Mancino a Roberto Maroni, passando per Enzo Bianco, Claudio Scajola (chissà se lo avevano nominato anche lì a sua insaputa), Giuseppe Pisanu e Giuliano Amato, per non parlare di Giorgio Napolitano, che prima annunciò l'invio ai magistrati di alcuni faldoni, ma poi li lasciò coperti dal segreto, compresi ovviamente quelli relativi al processo Moro.  Non solo, da ministro dell'Interno l'attuale presidente della Repubblica si fece sfuggire sotto il naso il capo della Loggia massonica P2, Licio Gelli, scappato all'estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazione.
Più realisti del re, anche i comunisti.

martedì 22 febbraio 2011

Storia di Gheddafi, il macellaio amico degli amici.

Diciamoci la verità. Dei poveri libici bombardati dall'aviazione solo perché si riuniscono in piazza non ce ne importa molto. Quello che fa tremare le gambe al governo è soprattutto l'ipotesi che sulle nostre coste si riversino migliaia di persone in fuga e la possibilità che le forniture di gas subiscano un duro colpo dalle conseguenze letali. Tutti si ritrovano improvvisamente di fronte alla follia di aver sostenuto per anni un pazzo come Muammar Gheddafi, l'istrionico despota che ha saputo via via convincere Stati Uniti, Italia e Unione Europea a lasciarlo in sella. 
Salito al potere nel 1969 con un colpo di Stato incruento, il "Guardiano della Rivoluzione" ha governato per oltre 40 anni facendo lo slalom fra gli inutili paletti imposti dalla comunità internazionale e convincendo alla stregua di un imbonitore di piazza governi di colori e orientamento diversi, che hanno preferito lasciarlo dov'era piuttosto che cancellarlo dalla storia quando sarebbe stato facile e possibile. 
I suoi rapporti con la vicina Italia rasentano la schizofrenia. Nei primi anni di dittatura, Gheddafi caccia via in malo modo gli italiani che vivevano in Libia fin dai tempi della colonia, ma già nel 1972 Tripoli dà vita a una società mista con l'Eni e gli italiani non si limitano a fornire solo tecnologia petrolchimica, ma anche uno dei nostri prodotti per i quali siamo famosi nel mondo, le armi. Quattro anni dopo, con un colpo di teatro clamoroso, Gheddafi arriva a salvare la Fiat, comprando il 10% delle azioni del gruppo in un momento di crisi nera. Nel 1978, cioè a soli nove anni dall'ascesa al potere del leader, la comunità italiana in Libia si è già bella che ricostituita e conta su almeno 16 mila persone. Proprio quell'anno, l'allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, si reca a Tripoli in visita per sottoscrivere i nuovi rapporti amichevoli.
Ma l'uomo del deserto guarda più lontano e nel suo delirio di voler rappresentare una sorta di terza via araba al capitalismo e al comunismo, stringe accordi anche con Mosca, felice di procurargli un bel po' di armi. Lì per lì gli Stati Uniti non reagiscoono, anche perché alla Casa Bianca c'è il modesto Gerry Ford, succeduto al dimissionario Nixon e poi sconfitto alle presidenziali da Jimmy Carter. Con i democratici al potere, le tensioni con gli americani cominciano ad aggravarsi e nel luglio del 1980 avviene la tragedia di Ustica, con la versione più attendibile in circolazione che per l'aereo Itavia ipotizza un abbattimento da parte di caccia della Nato che cercavano di colpire un aereo sul quale viaggiava proprio il leader libico. 
Con l'arrivo di  Ronald Reagan, ansioso di dimostrare la sua fama di cow-boy e di uomo forte, Gheddafi finisce nel mirino anche ufficialmente e l'Italia fra due fuochi. Il 15 aprile del 1986 gli americani bombardano a tappeto la Libia (45 aerei che in 12 minuti sganciano 232 bombe e 48 missili) cercando di eliminare il rais, ma nonostante nell'operazione resti uccisa una delle figlie, Gheddafi si salva grazie a Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che lo avverte del pericolo. Il rais, forze per sviare i sospetti, lancia due missili Scud contro Lampedusa, che per fortuna hanno una gittata insufficiente e finiscono in mare.
Passata un'altra crisi nel 1988, dopo il terribile attentato di Lockerbie, il peggior atto terroristico della storia prima dell'11 settembre del 2001 attribuito dall'Onu alla Libia, comincia l'incredibile marcia indietro. Gheddafi molla l'islamismo e l'ormai disciolto blocco sovietico e si avvicina lentamente alle posizioni occidentali, riacquistando credito in modo difficilmente spiegabile: nel 1999 l'Onu toglie l'embargo e nel 2006 il presidente George W. Bush rimuove la Libia dalla lista degli "Stati canaglia". 
Inoffensivo, con gli artigli spuntati e ormai vecchio, Gheddafi continua a interpretare la parodia di se stesso, circondato da vergini amazzoni armate e da una corte di donne tutt'altro che vergini. Dopo Belzebù Andreotti e il pluripregiudicato Craxi, con chi poteva stringere amicizia un tipo simile? Ovviamente con Silvio Berlusconi, al quale insegna il Bunga-bunga e con il quale fa affari, apparentemente d'oro. 
Ora, nel momento della crisi, le aziende italiane sentono stringersi il cappio al collo. I soldi versati al regime se ne sono andati e i previsti appalti di cui avrebbero dovuto godere le nostre società sono in pericolo serio. Per non parlare del gasdotto attraverso il quale la Libia ci rifornisce di metano, completamente chiuso da ieri sera.
Solo il 23 dicembre scorso, Berlusconi aveva ancora il coraggio di dichiarare di essere "legato da amicizia vera con il presidente egiziano Mubarak, con il presidente libico Gheddafi e con il presidente della Tunisia Ben Ali'', a dimostrazione che il problema del satrapo di Arcore non è lo scarso senso morale che lo porta a frequentare un plotone di prostitute anche minorenni, ma la sua completa incapacità di essere un uomo di Stato.

Dove va il Pd? Poche voci raziocinanti e tanti strateghi del disastro, eppure i numeri parlano chiaro.

Adesso lo dice anche Renato Mannheimer, che anche se in gioventù ha militato per un gruppo maoista chiamato "Servire il popolo", adesso è il sondaggista preferito da Bruno Vespa, è consulente del ministro dal calcio facile Ignazio La Russa e non passa certo per un sostenitore del centrosinistra. 
Dal suo ultimo sondaggio presentato ieri a Porta a Porta, emerge che se si votasse oggi ad una coalizione di partiti di sinistra (incluso Di Pietro) guidata da Bersani andrebbe il 36% dei consensi, a Berlusconi il 29% e al terzo polo con leader Casini il 15%. Se a guidare gli ex alleati del Cavaliere fosse invece Fini, il centrosinistra avrebbe il 39% e il centrodestra solo il 30%. "È la prima volta da mesi che il centrosinistra dimostra di avere delle possibilità", ha detto Mannheimer. 
Il Pd insomma può avere la vittoria in tasca. Bersani, per includere Vendola nello schieramento, avrebbe bisogno di sfidarlo apertamente alle primarie, senza se e senza ma. Considerato che non è l'ultimo dei fessi, che un certo appeal sulla gente lo può vantare e che godrebbe dell'appoggio della macchina del partito, la partita la giocherebbe in casa. Ma in quel caravanserraglio che è diventato il mostro inventato e affossato da Veltroni, la maggioranza delle voci sembra spingere da tutt'altra parte. C'è chi continua a parlare di alleanze con Casini, se non addirittura con Fini (i quali smentiscono anche un po' schifati), c'è chi ventila l'ipotesi del papa straniero proponendo il governatore della Banca d'Italia di turno, mentre Bersani lascia tutti di stucco andando in giro a dire che la Lega non è un partito razzista, e fra le risate generali c'è chi nel Partito Democratico immagina di poter appoggiare un personaggio come Roberto Maroni
Praticamente un film dell'orrore.
Poche le voci raziocinanti, fra le quali mi piace segnalare quella del sindaco di Bari Michele Emiliano, il quale, in un'intervista al Fatto Quotidiano, dice senza mezzi termini che c'è "bisogno di una coalizione vincente, di tenere insieme Vendola e anche di Pietro", evitando "una rottura con la sinistra cosiddetta radicale per un semplice motivo: produrrebbe danni sia a noi che a loro". E fin qui, direte voi, siamo all'uovo di Colombo. Poi però arrivano anche le stoccate che fanno riflettere, tipo: nel gruppo dirigente "c'è un unico grande limite: è ancora in vigore il modello post-comunista per cui un limitato gruppo di interlocutori costruisce un rapporto privilegiato con il segretario e si chiude agli altri". E infine la semplice e sacrosanta verità: "Non dobbiamo avere paura delle primarie, noi che siamo il partito più grande. Dobbiamo chiamare a decidere il popolo del centrosinistra, purché Nichi accetti il patto che chi arriva secondo gioca con la squadra".
Alleluia.
 



lunedì 21 febbraio 2011

Roma, la lunga mano dell'Opus Dei nello scandalo di Parentopoli.

Che al potere ci siano Wa(l)ter Veltroni o Gianni Alemanno poco importa. La lunga mano dell'Opus Dei sulla cosa pubblica a Roma si dimostra più che mai presente e attiva. I magistrati che si occupano dello scandalo delle assunzioni all'Ama, la società che gestisce (male e a carissimo prezzo per i cittadini) la raccolta dei rifiuti della Capitale, hanno iscritto sul registro degli indagati cinque persone: l’amministratore delegato Franco Panzironi, Gianfrancesco Regard, ex responsabile legale di Ama, Luciano Cedrone, responsabile del personale,  Ivano Spadoni, ex dirigente Ama e Sergio Bruno, presidente del Consorzio Elis, società di formazione del personale e lavoro interinale di proprietà dell'Opus Dei. Nel giugno del 2009 le è stato affidato il reclutamento di 544 persone (200 autisti, 324 operatori ecologici e 20 seppellitori), eseguito con metodi che gli inquirenti giudicano totalmente arbitrari. Il Consorzio si difende sostenendo di aver svolto solo compiti formativi e non di selezione, ma sembrano comprovati i numerosi legami della società con l'Ama dove compaiono i nomi di Giovanni Fiscon (direttore delle operazioni) e Cedrone (uno degli indagati), entrambi membri onorari di Elis. Ma i primi incarichi da parte del Comune di Roma a una delle tante raffigurazioni della setta fondata da Escrivà de Balaguer, il "santo" che sosteneva la dittatura franchista, risalgono al 2005, quando in Campidoglio sedeva il compagno Nutella. 
L'ennesima dimostrazione della incredibile penetrazione nella società civile di questo finto ordine religioso che ha sempre marciato al fianco delle figure politiche più indegne (oltre al dichiarato franchismo, è nota la loro opposizione alla Teologia della Liberazione in Sudamerica e il loro vergognoso appoggio alle dittature sudamericane, tutto nel nome dell'anticomunismo da operetta di papa Wojtyla) e promosso ogni aspetto becero e conservatore della dottrina cattolica in netto contrasto con le sia pur timide aperture del Concilio Vaticano II

L'Italia e le donne: Veronesi risponde al papa, la misoginia cattolica che ostracizza pillola e preservativo.

Senza badare per il sottile e mostrando tutto l'aspetto feroce della dottrina cattolica in materia di sessualità (un rigore che ovviamente sparisce di fronte alle migliaia di preti pedofili sparsi per il mondo e sempre protetti da Santa Romana Chiesa), papa Ratzinger, in un discorso tenuto un mese fa di fronte al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, aveva parlato di "minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un'antropologia contraria alla fede e alla retta ragione". Tutto un giro di parole per condannare l'uso degli anticoncezionali, come la pillola o il preservativo, il cui utilizzo viene giustamente pubblicizzato in tutti i paesi civili. Naturalmente non da noi, che come al solito figuriamo all'ultimo posto, soprattutto fra i giovani, che poco ne sanno e quel poco lo snobbano. 
Per fortuna, ogni tanto, si alza qualche voce fuori dal coro e dalle colonne di Repubblica il professor Umberto Veronesi suona la campanella della razionalità, condannando la "misoginia" che si nasconde dietro queste posizioni oltranziste della gerarchia ecclesiastica. 
"La pillola è il male. Tutta la contraccezione è il male. O, nel migliore dei casi, è tabù. E così le donne sono state tradite", scrive l'oncologo, sottolineando come la pillola non abbia nessuna controindicazione per la salute, "non aumenta il rischio di tumore del seno" e protegge le donne "dall'altro temibile tumore femminile, quello dell'ovaio". Nessuno, si lamenta il professore, ha detto alle donne "che la pillola anticoncezionale è lo strumento in assoluto più efficace che hanno a disposizione per evitare questa malattia, che colpisce quasi cinquemila donne ogni anno in Italia, con una mortalità ancora elevata".
Secondo Veronesi,  "la pillola in Italia è stata ostracizzata. L' hanno fatto i misogini, perché la pillola è uno strumento offerto dalla scienza alla donna per sottrarsi ad un asservimento millenario al maschio. Permettendo di scindere il rapporto sessuale dalla procreazione, ne ha valorizzato i ruoli, al di là di quello materno. La contraccezione permette ad ogni donna di scegliere liberamente di amare un uomo, e fino a che punto amarlo, e di decidere insieme a lui - dunque come sua pari - se avere un figlio oppure no". 
La pillola, insomma "va favorita, le sue proprietà anticancro vanno ben spiegate, e il preservativo, che difende da molte malattie veneree e infettive, deve essere considerato un elemento integrante del rituale del rapporto sessuale e un segno di rispetto e di amore nelle coppia, soprattutto se occasionale. Ci vuole conoscenza, coscienza e responsabilità, soprattutto da parte di noi uomini". E, aggiungerei io, anche una netta presa di distanza dai deliri del capo di uno stato estero e dalla sua corte di inquisitori medievali.

Immunità parlamentare, quando la abolirono ex fascisti e camicie verdi.

Fra le tante pensate strategiche per difendere il plurinquinsito presidente del Consiglio con una  maggioranza attualmente impegnata a salvaguardare il proprio diritto alla pensione, c'è anche la reintroduzione dell'immunità parlamentare. Un voltafaccia capolavoro da parte dei leghisti e di due delle più arcigne facce dell'ex destra post-missina. Il boss ordina e i suoi maggiordomi eseguono, poco importa se questo significa rinnegare la grande battaglia contro Tangentopoli, che sancì il crollo di una classe politica e la fine di diversi partiti, sommersi dalla corruzione. Missini e leghisti erano in prima fila allora, nel condannare lo scempio provocato da Bettino Craxi e company, nonostante Silvio Berlusconi ripeta come un disco rotto che la riforma fu imposta dalle correnti politicizzate della magistratura. Ma non furono i giudici a chiedere la fine dell'immunità parlamentare, bensì due mozioni, una firmata da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Castelli. L'altra da Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, tutti indignati per il no della Camera alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Craxi. I lumbard tuonavano contro "l'inaccettabile degenerazione nell'applicazione dell'immunità parlamentare trasformata in immotivato e ingiustificato privilegio" con "conseguenze inaccettabili e aberranti" che vanno "eliminate", mentre i colonnelli del Movimento Sociale sostenevano che "l'uso dell'immunità e soprattutto l'abuso del diniego dell'autorizzazione a procedere vengono visti come uno strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia". Era l'ottobre del 1993. Montecitorio approvò con 525 sì, 5 no e 1 astenuto, il Senato fece altrettanto con 224 sì, nessun no e 7 astenuti. Un plebiscito.
Sono passati 17 anni da quel momento storico in cui sembrava che finalmente avremmo quantomeno assomigliato ad un paese normale, con una sinistra social-democratica e una destra a difesa dei valori della legalità. Oggi, dopo quasi due decenni di berlusconismo imperante, a parte Gianfranco Fini che ci ha messo tuttavia una vita per capire in quale compagnia di giro fosse capitato, gli altri cinque firmatari di quelle mozioni sono tutti incatenati ai ranghi del Cavaliere e lo puntellano disperatamente anche quando sembra che stia per cadere da un momento all'altro. Hanno le stesse facce e propagandano la stessa paccottaglia ideologica di un tempo, forse anche perché certe "conversioni" non gliele contesta mai nessuno.

venerdì 18 febbraio 2011

Patti lateranensi, perché si celebra una vergogna simile?

Oggi il nostro capo del governo organizzatore di postriboli casalinghi era a festeggiare insieme al segretario di Stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone,  e al presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il 27mo anniversario del nuovo concordato fra Italia e Vaticano, siglato il 18 febbraio del 1984 dall'ex latitante di Hammamet, Bettino Craxi (allora presidente del Consiglio e uomo potente) e dal cardinale Agostino Casaroli, uno dei 121 preti massoni i cui nomi comparivano in una lista pubblicata dal giornalista Mino Pecorelli (assassinato in circostanze misteriose, Andreotti è stato accusato di essere il mandante) e fra i quali compariva anche l'arcivescovo Paul Marcinkus, noto frequentatore di prostitute e bancarottiere inseguito dalla giustizia italiana. 
Che cosa ci sia da festeggiare resta davvero un mistero, se si considera che in cambio di blande concessioni (la religione cattolica non doveva essere più considerata religione di stato e l'ora di religione diventava facoltativa, due punti che come abbiamo visto sono rimasti solo nell'alveo delle buone intenzioni), lo Stato concesse che il clero cattolico venisse finanziato dall'otto per mille dell'Irpef e che la nomina dei vescovi non richiedesse più l'approvazione del governo italiano. Tutto sommato una versione peggiorativa di quei Patti Lateranensi firmati nel 1929 dall'ex mangiapreti Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, la pietra tombale sulla laicità del nostro paese, costretto, come nessun altro Stato democratico (se si eccettua in parte la Spagna) a finanziare una confessione religiosa con fiumi di denaro sottratti alla fiscalità generale e al bene comune, garantendo quindi privilegi particolari a una religione, in contrasto con le più elementari norme di democrazia ed eguaglianza tra i cittadini, sancite dalla Costituzione. Per non parlare dello status particolare per Roma, grazie al quale le autorità vaticane potrebbero appellarsi alla Corte Costituzionale in caso di decisioni amministrative non gradite.
Chissà come sarà andata oggi, con gli alti prelati (assai più integralisti del vecchio Casaroli)  insieme alle alte cariche dello Stato, un ex comunista, il re del bunga-bunga, un ex fascista convertito ai beni immobiliari e un avvocaticchio salito sul più alto scranno del Senato. Sicuramente Bertone avrà bussato a quattrini, anche perché, come scrive oggi Il Sole 24 Ore, tira una brutta aria per le finanza vaticane. La crisi ha dimezzato le offerte libere dei fedeli, che rappresentano una voce fondamentale per il bilancio della Santa Sede, che già lo scorso anno aveva quadruplicato le perdite, da uno a quattro milioni di euro. 

Silvio l'amerikano: i file diplomatici Usa lo dipingono come un "utile incapace".

Uno scendiletto così gli americani non ce lo avevano mai avuto in Europa e probabilmente non lo avranno mai più. Intendiamoci, la Dc degli anni del terrore era telecomandata dalla Cia e consentiva ai servizi segreti americani di mettere in atto strategie spregevoli, quando non veri e propri atti criminali. Ma ogni tanto usciva fuori magari un Giulio Andreotti e qualche obiezione la alzava. L'Italia di Silvio Berlusconi è invece diventata il cagnolino fedele di Washington, nonostante alla Casa Bianca si guardi con preoccupazione alle strane amicizie del nostro premier con gente inqualificabile, tipo Vladimir Putin e Muammar Gheddafi.
Silvio Berlusconi? "Le sue frequenti gaffe e la povera scelta di parole hanno offeso praticamente tutte le categorie di cittadini italiani e molti leader europei... Ha danneggiato l'immagine del Paese in Europa e creato un tono comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense", ha scritto l'ex ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, cercando di spiegare il nostro teatrino dei burattini a Barack Obama e Hillary Clinton. Come emerge dai nuovi file diplomatici di Wikileaks, pubblicati in esclusiva da La Repubblica e L'Espresso, gli americani lo giudicano un clown, ma sfruttano la sua disponibilità. "La combinazione tra declino economico e idiosincrasia politica ha spinto molti leader europei a denigrare il contributo di Berlusconi e dell'Italia. Noi non dobbiamo farlo. Noi dobbiamo riconoscere che un impegno di lungo termine con l'Italia e i suoi leader ci darà dividendi strategici ora e nel futuro". Non solo, l'Italia "è diventata la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States. E con Africom sarà partner ancora più significativo nella nostra proiezione di forza" e il governo "ha dimostrato la volontà anzi la bramosia di collaborare con noi".
Berlusconi, scrivono gli americani, "vuole essere nostro amico: è genuinamente e profondamente devoto alle relazioni con noi. Non è in sintonia con i nostri ritmi e scarsamente credibile, ma il suo ritorno al governo ci ha dato modo di concretizzare risultati operativi importanti".
E infatti ottengono di tutto: più soldati in Afghanistan, nuove basi militari in Veneto e Sicilia, sostegno totale nel braccio di ferro con l'Iran, appoggio alle iniziative statunitensi "anche all'interno delle istituzioni Ue" e perfino lo stop alla legge anti Ogm annunciata nel 2003 dall'allora ministro dell'Agricoltura, Gianni Alemanno, giudicato pericoloso: "Non sa niente di agricoltura e di scienza, ma non dobbiamo sottostimare lui e la sua determinazione a fare carriera: è uno che conosce la politica dalla base fino ai vertici". Sugli organismi geneticamente modificati, Washington ottiene l'appoggio di Silvio e perfino del Vaticano, che infatti si pronuncerà a favore. 
La perla finale è il giudizio sul Berlusconi capo del governo: "vulnerabile anche sulle questioni economiche, vista la sua incapacità di misurarsi con i problemi reali". E sottolineano "il calo del Pil, l'aumento della disoccupazione, il peso delle tasse, la crescita del debito pubblico".
Nel 150mo anniversario dell'Unità d'Italia, sono soddisfazioni importanti.


giovedì 17 febbraio 2011

La satira al potere: ora è ufficiale, Paolo Guzzanti fa molto più ridere dei figli.

Paolo Guzzanti non trova pace. Dopo aver fatto parte del Partito Socialista, del Patto Segni, di Forza Italia, del Popolo della Libertà e aver tessuto per anni le lodi di Silvio Berlusconi, prestandosi alla incredibile patacca del Dossier Mitrokhin, assurda montatura messa in piedi solo per cercare di screditare Romano Prodi, è stato di recente folgorato sulla via di Damasco perché il suo caro leader faceva finta di essere liberale e intanto flirtava con l'ex agente del KGB, Vladimir Putin, e con le donnine allegre delle feste di Arcore e di Palazzo Grazioli. Se ne è andato sbattendo la porta, dopo aver scritto un libro, "Mignottocrazia", in cui denunciava l'odiosa pratica dello scambio sessuale, accusando apertamente anche Mara Carfagna. Sono passati pochi mesi ed eccolo allegramente rientrare nei ranghi, aderendo al gruppo di Iniziativa Responsabile, l'ultima accozzaglia di peones al servizio di Silvio. E le motivazioni sono veramente da urlo. Sul suo blog, il giornalista in pensione ha il coraggio di scrivere che non è tornato "berlusconiano" e di averlo fatto solo per "guadagnare l’unica merce di cui oggi la politica ha bisogno. Il tempo", visto che non esiste ancora un'alternativa al sultano. Qualche riga sopra però gli scappa la verità: "Io in quest’ultimo anno non ho più scritto sui giornali. A me, giornalista da mezzo secolo, è stato impedito di scrivere". Il Giornale gli ha infatti tolto una succulenta collaborazione dopo le sue sparate contro il padrone di casa, "quasi settemila euro netti al mese, più o meno quello che era il mio stipendio da dipendente", come ha raccontato lui stesso.
Ho sempre pensato che dietro la smania di protagonismo di quest'uomo ci fosse una seria forma di invidia nei confronti del successo ottenuto dai suoi figli. Ma da oggi possiamo dire ufficialmente che Paolo fa molto più ridere di Corrado e Sabina.
 

Il caso Ruby fa emergere uno dei veri scandali italiani: le forze dell'ordine ostaggio dei vertici nominati dalla politica.

Fanno impressione le dichiarazioni del poliziotto riportate oggi dal Fatto Quotidiano e riguardanti la "folle" notte in Questura a Milano, fra prostitute minorenni ladre, telefonate del presidente del Consiglio e imbarazzo dei vertici della pubblica sicurezza. Vessati dai superiori che ovviamente non vogliono alcun contatto con la stampa, gli agenti delle forze dell'ordine sono costretti all'anonimato e per poter parlare con un cronista organizzano incontri riservati genere film di controspionaggio (niente telefono, appuntamento lontano dalla Questura e da qualsiasi commissariato). Il poliziotto racconta che Ruby Rubacuori intorno alle 18 da una volante e che tutto era andato secondo le procedura fino alla strana telefonata di Michelle Conceicao Dos Santos, la prostituta brasiliana che aveva il numero di telefono del presidente del Consiglio e lo ha avvisato, che chiamò in Questura per avere notizia di Ruby. Poi a mezzanotte la scena cambia. Il commissario Giorgia Iafrate "sbianca in volto" perché al telefono il capo di Gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, le riferisce della chiamata del premier. L'agente difende l'onore della polizia: "Un funzionario di polizia come la dottoressa Iafrate riceve dodici, dico dodici, telefonate dal capo di Gabinetto Ostuni che a sua volta era stato chiamato da Berlusconi. Non è facile resistere, anche se in qualche modo Iafrate ci ha provato. E' stata una notte folle... davanti a noi avevamo quella ragazza, con quello sguardo insieme da donna consumata e da bambina, poi la sua amica brasiliana dal mestiere incerto, quindi le chiamate del premier che tira fuori Mubarak e alla fine ci mancava solo quella consigliera regionale vestita da pin-up", si sfoga ancora il poliziotto facendo riferimento a Nicole Minetti, piombata in Questura a riprendersi la minorenne Ruby per poi riconsegnarla nelle mani della prostituta brasiliana. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sfodera una faccia di tolla da competizione e dice che tutto è andato secondo le regole.
L'agente sbotta: "Ma che cazzo credono che siamo, un circo Barnum, un teatrino di avanspettacolo?". Direi molto peggio. La polizia italiana, i suoi vertici ovviamente, è totalmente ostaggio della politica. Come ci ha dimostrato un solerte funzionario della Digos nel recente episodio che ha visto coinvolto il ministro Ignazio La Russa e il giornalista di Annozero, Corrado Formigli. Il primo pesta i piedi al secondo e poi lo accusa di averlo scalciato. Arriva la Digos e caccia via Formigli. Il funzionario, davanti alla telecamera, pronuncia le seguenti parole: "Il ministro si è lamentato e quindi la storia è finita, lei se ne deve andare".
Roba da finire a dirigere il traffico a Lampedusa.

mercoledì 16 febbraio 2011

I dittatori che piacciono tanto al nostro re del Bunga-bunga: Gheddafi incassa i soldi e non controlla le coste come promesso. Ma ora i guai sono in arrivo anche per lui.

E' chiaro che una persona che continua a restare sulla sua poltrona nonostante le accuse gravissime che avrebbero travolto chiunque altro al suo posto nel mondo nutra della simpatia per i dittatori. Chi non ricorda le dichiarazioni di amicizia di Silvio Berlusconi nei confronti di Nursultan Nazarbayev, tiranno da vent'anni al potere in Kazakistan? Per non parlare dei numerosi attestati di stima da sempre rivolti a Zine El-Abidine Ben Ali, l'ex presidente tunisino amico di Bettino Craxi salito alla guida del paese grazie a un piccolo golpe organizzato dai servizi segreti italiani (lo ha confessato nel 1999 davanti a una Commissione parlamentare l'ex capo del Sismi Fulvio Martini) o dell'ex presidente egiziano Hosni Mubarak, l'uomo della Cia in Medio Oriente. Fino a poche giorni prima della loro fuga di fronte alle sommosse popolari, il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, si augurava che i due despoti rimanessero al loro posto, coprendo ancora una volta il nostro paese di ridicolo. 
Ma il culmine è sempre stato raggiunto con Muhammar Gheddafi, da oltre 40 anni alla guida della Libia senza avere alcuna carica ufficiale, se non quella di Guida della Rivoluzione. Il ridicolo ometto, che con Berlusconi condivide la passione per le giovani donne e per il bunga-bunga, è stato invitato più volte in Italia, dove si è presentato circondato da una corte imbarazzante e con tanto di mega-tenda extra lusso al seguito, ha fatto il bello e il cattivo tempo e si è concesso anche una ridicola lezione di islamismo davanti a quasi 500 ragazze italiane, hostess regolarmente stipendiate. Una roba da basso impero.
Gheddafi è un noto ricattatore e non ha esitato a farlo anche con il suo amico Berlusconi al quale ha chiesto un sacco di soldi per impedire che dalle coste della Libia i barconi pieni di disperati in fuga da molti paesi dell'Africa partissero verso l'Italia, ottenendo accordi bilaterali con il nostro paese per 4 miliardi di euro. Come riportato da Repubblica, in piena crisi tunisina, Tripoli non ha affatto rispettato gli accordi e ha approfittato della situazione per riaprire anche le sue di frontiere. Come ha riferito in Parlamento il direttore dell'Aisi (il servizio di controspionaggio), Giorgio Piccirillo, il confine libico-tunisino è stato infatti attraversato da "flussi migratori provenienti dalla Libia, costituiti in parte da evasi dalle carceri locali". Gheddafi, insomma, ha approfittato della situazione per fare un po' di repulisti a casa sua, alla faccia degli accordi. 
Ora però anche lui sembra destinato a fare i conti con i venti di rivolta che stanno travolgendo tutto il nordafrica e parte del Medio Oriente. La gente scende in piazza anche a Tripoli e Bengasi e anche se il regime organizza pietose manifestazione pro-Gheddafi, gli esempi di Tunisia e Egitto pesano come macigni. 
Alla fine, nell'area del Mediterraneo, resterà un solo autocrate, il nano di Arcore e toccherà a noi fuggire oltremare.



martedì 15 febbraio 2011

Marchionne e il gioco delle tre carte. Dove stanno i soldi promessi?

Per una volta ha indossato giacca e cravatta al posto del maglioncino blu, ma anche oggi in Parlamento, dove è stato ascoltato dalla Commissione Attività Produttive della Camera, l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, non ha rinunciato alla strategia che lo ha reso famoso, quella del gioco delle tre carte. 
Ha garantito che la Fiat non lascerà l'Italia (ma ha posto una serie di condizioni difficlmente realizzabili), ha insistito sul progetto "Fabbrica Italia" per il quale sarebbe disposto a investire 20 miliardi di euro fra il 2010 (che è bello che finito e ha visto poco più di 3 miliardi di euro di investimenti riguardanti anche gli impianti esteri) e il 2014, ha promesso aumenti salariali che portino le retribuzioni degli operai ai livelli di quelli tedeschi e francesi in cambio di un incremento della produttività degli impianti, facendo finta di non sapere che le case automobilistiche di quei paesi hanno registrato risultati assai migliori della debacle Fiat degli ultimi mesi (utilizzare al massimo gli impianti per non vendere manco un'automobile? Una genialata). L'obiettivo di produrre in Italia 1,4 milioni di macchine entro il 2014 è un clamoroso bluff, perché significherebbe più che raddoppiare quelle che sono state prodotte nel 2010 in un mercato che ormai non sa davvero più che farsene delle scatole di latta che hanno ricoperto le nostre città. Mentre la Renault investe nell'auto elettrica (quella sì che ci cambierebbe la vita), la Fiat spera di imporre un orribile Suv sul modello Chrysler, una Lancia cabrio nel 2012 identica alla Chrysler 200 convertibile che verrà venduta negli Usa entro il 2011, una movolume (Fiat Freemont) che verrà presentata al salone di Ginevra a marzo, ma che verrà prodotta in Messico, nella stessa fabbrica che sforna la Dodge Journey della Chrysler (la somiglianza fra i due modelli è anche qui clamorosa) e la nuova Lancia Thema, praticamente ricalcata dalla Chrysler 300, frutto della precedente unione fra la casa di Detroit e la Daimler-Mercedes.
E l'Italia? Tranquilli, Marchionne ha in mano la carta vincente: entro l'anno sarà lanciata la nuova Panda  che verrà realizzata a Pomigliano. Qualità e innovazione, prima di tutto.
Fra l'incontro con il governo di sabato scorso e l'audizione di oggi, nessuno ha chiesto di più al nuovo padrone del vapore. Rancio ottimo e abbondante, hanno commentato ministri e parlamentari della maggioranza, con qualche perla da parte del solito democristiano di centrosinistra. ''Ho ascoltato da Marchionne un discorso impegnativo che chiarisce le strategie Fiat e conferma le opportunità del progetto Fabbrica Italia'', ha detto Paolo Gentiloni, componente della Commissione Trasporti della Camera ed esponente del Partito Democratico nella nuova corrente di Walterloo Veltroni, i MoDem
E' stata la battuta della giornata.

Berlusconi alla sbarra con rito immediato: un caso unico al mondo.

Secondo gli esperti si tratta del primo caso al mondo. Un presidente del Consiglio rinviato a giudizio con rito immediato mentre resta bellamente in carica. E infatti oggi siamo in prima pagina un po' dappertutto. Il britannico Times ha al centro una foto del premier italiano, sotto la quale campeggia il titolo: ''I giudici ordinano a Berlusconi di affrontare il processo''. ''La giustizia italiana decide per un processo immediato contro Berlusconi'', e' il titolo del francese Le Monde, accompagnato da un'immagine del capo del governo italiano dall'aria sofferente. ''Berlusconi sara' giudicato per abuso di potere e prostituzione minorile'', scrive lo spagnolo El Mundo, mentre El Pais, sempre in apertura, commenta: ''Il caso Ruby mette all'angolo Berlusconi''. La Cnn pubblica una grande foto delle manifestazioni delle donne italiane di domenica scorsa (con un cartellone che mostra il leader del Pdl dietro le sbarre) sotto al titolo: ''Il giudice italiano decide per il processo a Berlusconi''. Anche il Wall Street Journal pubblica la notizia in homepage, sia pure di spalla, annunciando che ''Il premier italiano affronta il processo''. Berlusconi in prima pagina anche sul sito tedesco Sueddeutsche.de, mentre Der Tagesspiegel e Faz dedicano al caso l'apertura delle pagine politiche, e su quello della Bbc (''Processo per accuse sessuali per Berlusconi'').
Un trionfo.
Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Cristina di Censo, ha accolto in pieno le richieste della Procura stabilendo che le prove raccolte in questi mesi di indagini sono cosi' evidenti da rendere superflua la fase di udienza preliminare. I suoi fedelissimi si stracciano le vesti, intonando il solito peana della persecuzione giudiziaria, mandando avanti le facce di bronzo più toste, come quelle di Fabrizio Cicchitto, Sandro Bondi e del solito Daniele Capezzone. Ma non c'è niente da fare. Il processo inizierà il 6 aprile e speriamo di non doverci sorbire l'ometto alla sbarra ancora alla guida del governo di questo paese. Perché allora, finalmente, supereremo di slancio lo Zimbabwe.

lunedì 14 febbraio 2011

Donne in piazza e nervi scoperti: Belen e la fidanzata di George Clooney ci parlano di donne senza valori.

Hanno toccato molti nervi scoperti le manifestazioni organizzate ieri dalle donne (ma alle quali hanno preso parte anche altrettanti uomini), che hanno riempito le piazze italiane. Berlusconi le ha definite "faziose" (e grazie al cavolo, erano tutti lì a chiedergli di fare come lo zio di Ruby), una schiera di commentatori si è profusa in mille capriole linguistiche per sostenere l'inutilità del femminismo ai giorni nostri, ironizzando sui movimenti del passato e dimostrando che, invece, ce ne è ancora un disperato bisogno. 
Ma la ciliegina sulla torta delle idiozie ce l'hanno messa le due nuove icone della femminilità italiana, Belen Rodriguez e Elisabetta Canalis, che da domani ci dovremo sorbire come vallette dell'ennesima edizione dello squallido Festival della canzone (?) italiana. 
"Io non avrei preso parte alla manifestazione, secondo me non c'era bisogno di farla. Credo che il significato della manifestazione non vada messo in luce o gridato il giorno della manifestazione, è una cosa che dovrebbe esserci sempre", ha detto la fidanzata di George Clooney, il suo unico merito e titolo, visto che prima si dilettava in calendari sexy e comparsate televisive. "Se questa manifestazione puntualizza la situazione che si sa, si vede, credo sia un fatto di educazione. Possono fare tutte le manifestazioni che vogliono, ma le donne senza valori ci sono in Italia e da tutte le parti. È dalla base che bisogna correggere la situazione. Anche uomini non hanno valori", le ha fatto eco Belen, ex consumatrice di cocaina e attuale fidanzata di uno che per soldi andava a letto anche con Lele Mora e ha sul capo una lista infinita di procedimenti giudiziari per ricatti, corruzione ed evasione fiscale.
Chapeau alla faccia di bronzo. 

Dopo il fango, dal Giornale arriva lo sterco: pubblicata una foto di Vendola nudo in spiaggia di oltre 30 anni fa.

"Il Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!". 
Sono le parole pronunciate nel 1995 da Indro Montanelli sulla ingloriosa fine fatta dalla sua creatura, un quotidiano trasformato in organo di propaganda dal suo editore, Silvio Berlusconi. Non poteva immaginare che le cose sarebbero andate di male in peggio, perchè oggi, con la direzione di zio Fester Sallusti il glorioso giornale si è trasformato in una fogna senza precedenti, con attacchi nei confronti dei nemici del premier che coprono di ridicolo i giornalisti che vi lavorano, lautamente stipendiati. Dopo il comico scoop contro Ilda Boccassini, che quasi trent'anni fa fu scoperta da un invidioso collega a baciarsi con il fidanzato fuori dal palazzo di Giustizia (pensa te che scandalo), oggi il quotidiano ci rallegra con un'altra delizia, una foto del 1979 che ritrae Nichi Vendola nudo in spiaggia a Isola Capo Rizzuto, in Calabria . L'immagine circolava liberamente da anni su internet e documenta un raduno del Movimento gay italiano, riunito sotto lo slogan: "Nudi sì, ma contro la Dc", ma è bastata al Giornale per accusare il leader di Sinistra e Libertà di avere una "doppia morale", scrivendo che un tempo era per la libertà sessuale e ora fa il bacchettone nei confronti del bunga-bunga. 
A parte la scelta imbecille di tirar fuori storie relative a un trentennio fa, come spiegare ai trinariciuti lettori di questa vergogna della stampa nazionale che la libertà sessuale non vuol dire poter pagare liberamente delle prostitute minorenni, telefonare in questura per far liberare una ladra e mentire senza pudore al paese, per poi promuovere il Family Day?

domenica 13 febbraio 2011

Successo oltre ogni attesa per le manifestazioni delle donne contro Berlusconi. La Gelmini si copre di ridicolo: "Solo poche radical chic".

"Le donne che scendono oggi in piazza sono solo poche radical chic che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne". Si è coperta davvero di ridicolo il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e chissà che faccia deve avere fatto quando si è ritrovata di fronte le immagini di centinaia di migliaia di persone scese in piazza in moltissime città italiane. A Roma era impossibile entrare dentro piazza del Popolo e qualche migliaio di manifestanti sono arrivati fino davanti a Montecitorio, per poi tornare indietro evitando scontri con la polizia. A Torino è stato bloccato per motivi di sicurezza l'accesso a piazza Castello, a Napoli gli organizzatori parlano di 100mila presenze, a Palermo 10mila in corteo, in migliaia anche a Messina, Trieste, Bologna, Catania, Cosenza, Pesaro, Bari, Pescara e in oltre 230 città italiane, oltre a  una trentina di città straniere, da Londra a Barcellona, Parigi, Malmoe, Praga, Atene.
Destra, sinistra, centro, società civile e perfino le suore, tutti, senza bandiere di partito, a chiedere una sola cosa: le dimissioni di Silvio Berlusconi.
Un segnale confortante, soprattutto se paragonato alla penosa esibizione dei sostenitori del Pdl davanti al palazzo di Giustizia di Milano, dove erano in cento compresi tutti i rappresentanti di partito, o alla chiamata alle armi di Giuliano Ferrara, che è riuscito a malapena a riempire un teatro.
Malgrado 17 anni di berlusconismo e molti di più di indottrinamento catodico, esiste ancora in questo paese una coscienza civile. Sarebbe il caso che qualcuno ne facesse tesoro, magari azzittendo per sempre i grandi strateghi dell'ex Pci, come Luciano Violante e i soliti Veltroni e D'Alema, oltre naturalmente a qualche residuato bellico democristiano.

venerdì 11 febbraio 2011

Aria di Risorgimento: scende in campo la ministra "de' li gggiovani" Giorgia Meloni.

Tranquilli patrioti, a difendere l'unità d'Italia è scesa in campo anche la ministra "de' li gggiovani", Giorgia Meloni, che ha addirittura litigato con il temibile Umberto Bossi in Consiglio dei Ministri sulla festività del 17 marzo, un argomento di grandissima attualità, come immginerete, in un momento politico del genere. E' lei stessa a raccontarlo intervistata da Luca Telese per Il Fatto Quotidiano, rivendicando lo scazzo e un sostanziale "pareggio" nel braccio di ferro con i leghisti, poco disposti a concedere l'onore di festa nazionale alla ricorrenza del 150mo anniversario dell'Unità d'Italia. 
La Meloni fa parte dei protagonisti del "macchiettismo" post-fascista, con i reduci che una volta persa la bussola da una parte cercano di rifarsi una carta di identità liberal-democratica un po' fuori tempo massimo e dall'altra si inchinano come umili servitori al dispensatore di poltrone di turno. Parla con un accento romanesco paragonabile a quello delle due ragazze di Ostia del "calippo e 'na bira" (è cresciuta alla Garbatella e gli abitanti del suo quartiere sono sicuramente molto contenti del fatto che la sua camerata Renata Polverini abbia fatto chiudere il pronto soccorso dell'ospedale di zona)  e rivendica sempre il suo attivismo giovanile a garanzia della sua genuina passione politica. In realtà, deve quasi tutto a Gianfranco Fini, che l'ha spinta fino alla presidenza di Azione Giovani e l'ha fatta eleggere in Parlamento nel 2006 nel listino bloccato di Alleanza Nazionale grazie alla legge elettorale porcata  (insomma, non l'ha votata nessuno, era solo in buona posizione in lista), ma è rimasta nel Pdl e difende a spada tratta Berlusconi. Orfana delle ideologie dalle quali proviene, ora si è innamorata del Risorgimento e dei suoi eroi "bellissimi e giovanissimi", al punto che il suo inutile ministero lancerà addirittura un videogioco e uno spettacolo folk itinerante per ricordare Cavour e Garibaldi, ma in un intervento pubblicato dal Giornale, non dimentica le sue radici e si lascia andare a un ridicolo paragone fra il 17 marzo e il 25 aprile.
Peccato che stia al governo con l'unico partito che si dichiara contro l'unità d'Italia, e che tiene sostanzialmente la maggioranza per le palle, malgrado le sue litigate per futili motivi con il leader delle camicie verdi (lui le ha detto: "Romanina ti devi rassegnare" e la nostra eroina ha risposto fieramente: "Se fossi una che si rassegna, non sarei andata ad attaccare manifesti a 14 anni", una frase che deve aver sicuramente terrorizzato chi ha detto che con il tricolore ci si pulisce il culo). E peccato anche che quando si parla di questioni sociali si schieri sempre con il Vaticano (dal caso Englaro, al crocifisso nelle scuole, fino a una assurda polemica con Gianna Nannini, diventata madre a oltre 50 anni grazie alla fecondazione eterologa), che non è stato esattamente un sostenitore del Risorgimento (e non lo sarà mai).
Una persona dalle poche idee, ma ben confuse. 



 

giovedì 10 febbraio 2011

Niente "Caimano" in tv: quando la Rai censura la Rai.

La decisione di bloccare la messa in onda della scena finale de Il caimano, profetico film di Nanni Moretti del 2006, che doveva essere trasmessa all'interno della trasmissione Parla con me di Serena Dandini, ha dell'incredibile. Le forbici della censura nelle mani del servo sciocco e pasticcione (il vicedirettore generale della Rai, Antonio Marano, aveva chiesto di tagliare alcuni minuti della scena e Moretti ha giustamente ritirato il suo assenso), che non sono neanche riuscite ad eliminare la parte del programma in cui la Dandini annuncia il filmato, con il risultato che tutti coloro che hanno assistito alla puntata di ieri sera hanno immediatamente avvertito la puzza di zolfo della Santa Inquisizione.
Naturalmente il video è diventato il più cliccato della rete in poche ore. Per chi non l'avesse vista, nella scena finale il Caimano-Moretti, dopo essere stato condannato in un processo ed aver perso tutti i suoi alleati, minaccia i magistrati e aizza contro di loro la folla che fuori dal Palazzo di Giustizia accoglie i giudici a colpi di bombe molotov. Un'immagine forte, ma estramente realistica e attuale, evidentemente troppo dura da mandar giù per una Rai controllata da Berlusconi
Ma non è tutto. Il Caimano e' un film prodotto da Rai Cinema, societa' al 100% della Rai, distribuito nelle sale da 01, societa' al 100% di Rai Cinema, di cui la Rai detiene i diritti per la trasmissione in chiaro. "Quando si decide, con argomenti pretestuosi, di impedirne la promozione in una trasmissione della Rai non solo e' censura preventiva ma e' anche una scelta autolesionista contraria agli interessi aziendali", ha detto il consigliere d'amministrazione di Viale Mazzini, Nino Rizzo Nervo. Sbagliando, però. Perché gli interessi aziendali del capo di Mediaset mi sembrano perfettamente tutelati. E visto che è lui che comanda...


La tv del Caimano: ora ci tocca anche la morale da parte di Simona Ventura.

Quando faceva la spalla scema della Gialappa's band era anche simpatica. Poi, dopo essere stata bocciata un paio di volte all'esame per diventare giornalista (una prova talmente stupida che di solito quelli che vengono respinti è perché si esprimono a gesti), si è riciclata alla grande come conduttrice televisiva e showgirl grazie anche al fatto di aver fatto parte della scuderia di Lele Mora, proprio lo stesso personaggio che procacciava le escort a Silvio Berlusconi e le accompagnava direttamente ad Arcore. Dopo il successo a Mediaset con Le Iene, se l'è accaparrata la Rai, dove nonostante alcuni clamorosi flop continua a regnare sovrana, dirigendo da anni la trasmissione Quelli che il calcio, facendo la giudice per X Factor (lei che non capisce un tubo di musica) e poi conducendo le ultime edizioni del super-trash reality L'isola dei famosi
Rifatta come un canotto, accusata dall'ex marito Stefano Bettarini (che ora guarda caso, lavora con lei a Quelli che il calcio) di essere una cocainomane, la Ventura continua a surfeggiare sulla cresta dell'onda della marea di fango del mondo dello spettacolo. La classica persona che ha avuto successo senza fondamentalmente saper fare un tubo. E oggi, intervistata dal Fatto Quotidiano, ce la ritroviamo pure a farci la morale. Parla di Raffaella Fico (una delle ragazze del bunga-bunga) e dice, sentite un po', che è stata lei a sceglierla "con il produttore Giorgio Gori (suo ex amante - ndr) e gli autori perché volevo una bellezza provocante ma italiana. Solo dopo si è scoperto dall'indagine milanese che andava ad Arcore. Se l'avessimo saputo non l'avremmo mai presa". Poi, con virgineo candore, dice che nei suoi programmi non ci sono raccomandati ("Io posso permettermi di dire no. Quest'anno abbiamo ricevuto due raccomandazioni di ragazze care a due politici. Le abbiamo incontrate e scartate perché non erano adatte, non ci piacevano", ma naturalmente non fa nomi) e attacca la povera Sara Tommasi (ex partecipante dell'Isola) ad alzo zero: "Mi dispiace molto dirlo ma poteva fare molto meglio nella vita con le carte che le sono state messe in mano. Proprio da me. Sono stata io a sceglierla prima come schedina a Quelli che il calcio e poi come partecipante all'Isola dei famosi. Era riuscita anche ad arrivare seconda. Mi piaceva perché era laureata alla Bocconi, bella e spigliata. Se è finita in quel giro la colpa è principalmente sua".
L'ultima botta la riserva a Nicole Minetti: "Io ho votato Formigoni e lo considero da anni il mio governatore, ma questa cosa non mi va giù. Il potente può fare quello che vuole con i suoi soldi e nella sua vita privata, ma non può mettermi una donna a governarmi solo perché ha un rapporto con te. Per me Nicole Minetti dovrebbe dimettersi immediatamente". Formigoni che ha accettato lo schifo, invece, deve rimanere al suo posto.
E Berlusconi? "Guardi anche a me non piace tutto quello che sta venendo fuori. Ma come molti italiani mi chiedo quale sia l'alternativa".
Anche noi ci chiediamo quale possa essere l'alternativa a una tipa del genere, perfetta interprete della televisione spazzatura che ha fatto la fortuna del Caimano.

mercoledì 9 febbraio 2011

La Lega stesa come un tappetino. Dov'è finito il celodurismo di Bossi e company?

Silvio Berlusconi è ormai al delirio eversivo e di fronte alla richiesta della Procura di Milano per un processo con rito abbreviato minaccia di fare "causa allo Stato". Non importa che ogni giorno i principali giornali se ne escano con paginate di intercettazioni nelle quali le ragazzette del suo harem privato parlano di rapporti mercenari, di droga, di malavita, di gente che ti mette qualcosa nel bicchiere per renderti più facilmente disponibile, chiamando in causa ministri, giornalisti, uomini di spettacolo e familiari del Caimano. Il re del bunga-bunga non molla, forte del fatto che avrà sempre a disposizione qualcuno da comprare, che sia uno Scilipoti, un Calearo (ancora grazie, Walter Veltroni), o un Barbareschi che riesce a fare "flop" anche con un film trasmesso in prima serata (Raitre non era mai andata così male), e, soprattutto, perché ormai tiene per le palle anche la Lega.
Dopo la bocciatura del federalismo fiscale in Commissione bicamerale e il successivo decreto rispedito al mittente dal Presidente della Repubblica, tutti si aspettavano uno scatto di reni da parte del glorioso popolo del nord. E invece, il Braveheart delle valli padane ha biascicato due o tre parole confuse, sostenendo che non si può andare a votare senza il federalismo (sapendo benissimo che, almeno quello, non passerà). 
Oggi, Umberto Bossi si è spinto ancora più in là attaccando i giudici in maniera inusuale. "Hanno esagerato, voglio lo scontro tra istituzioni. Tra giudici e Parlamento è guerra totale", ha detto con la consueta poca lucidità parlando dei magistrati milanesi. Come se non fosse il Parlamento ad aver dichiarato guerra alla magistratura negando qualsiasi autorizzazione a procedere e votando una mozione nella quale si sostiene, senza alcun pudore, che Berlusconi telefonò in Questura per evitare un incidente diplomatico con la nipote di Mubarak
Una Lega ormai ridotta a zerbino e a caricatura di se stessa, con il sindaco di Adro che mette i simboli padani all'asilo, quello di Fossalta di Piave che attacca le maestre che si sono tassate del buono pasto per dare da mangiare ad una bambina che non aveva diritto alla mensa, e l'assessore regionale al Territorio della Regione Lombardia, Daniele Belotti, il quale risulta indagato assieme ad un po' di teste calde della tifoseria dell'Atalanta per essere l'anello di congiunzione fra "tifoseria e istituzioni", ruolo che il candido ultras rivendica addirittura. Come se non fosse dello stesso partito di Maroni, che ha promesso la tolleranza zero nei confronti delle tifoserie violente e invece ha svuotato gli stadi grazie a pensate come quella della tessera del tifoso. Lo stesso ministro che gli ultrà atalantini avevano cercato di aggredire ad una festa del partito. 
Ora sono loro, le camicie verdi, i più fedeli servitori del satrapo di Arcore. Un vero successo.


martedì 8 febbraio 2011

Manifestazioni, provocazioni, manganellate, fermi e rilasci: il solito copione che si ripete all'infinito.

Sembra una pessima sceneggiatura e forse lo è. Ogni volta che si svolge qualche manifestazione di protesta contro qualunque forma di autorità costituita, sindacati compresi, all'improvviso qualcuno spacca una vetrina, tira sassi e bottiglie contro la polizia e si dilegua. Le solerti forze dell'ordine caricano, vola qualche manganellata e si effettua qualche fermo. Poi, il giorno dopo, siccome ormai tutti hanno un telefonino con il quale girare filmati, emerge l'evidenza che i pericolosi arrestati non hanno fatto granché (tranne trovarsi in prima fila al momento della carica) e il magistrato li rimette in libertà. A quel punto il ministro di turno si idigna e urla contro il lassismo di certa magistratura.
Era già successo alle manifestazioni studentesche del 14 dicembre, quando il giudice ha rimesso in libertà praticamente tutti gli oltre 20 arrestati di Roma, mentre i responsabili di devastazioni e danni sono rimasti liberi come l'aria. E si è ripetuto anche ad Arcore, dove durante una goliardica e colorata manifestazione contro Silvio Berlusconi e le notti del bunga-bunga all'improvviso qualcuno ha lanciato sassi e bottiglie contro i poliziotti che presidiavano la strada che conduce alla villa. Carica e due fermati, uno di loro frequenta un centro sociale, l'altro scrive addirittura un blog antiberlusconiano. Due colpevoli perfetti. E invece dalle immagini registrate emerge che non hanno tenuto alcun comportamento violento. "Il ruolo degli arrestati non è connotato da particolare gravità", ha scritto il giudice del tribunale di Monza. ""Io non ho visto gruppi estremisti e quando c'è stata un po' di confusione abbiamo perfino restituito un manganello che era stato perso da un poliziotto", ha commentato uno dei ragazzi.
A quando la prossima rappresentazione?